I GUARNA NELLA STORIA

 

I Guarna di Salerno.Dal Roberto guerriero del Guiscardo a grandi ecclesiastici , fino all'illustre Rebecca della ScuolaMedica Salernitana Imprese, Scritti, Scoperte in parentele di rango.Salerno 1076. Il Normanno Roberto il Guiscardo (l'astuto.) assedia Salerno, la espugna, ma Salerno resta capitale dell'omonimo principato . Tra i guerrieri di Roberto il Guiscardo c'è Roberto Guarna.Nella nobiltà cittadina di Salerno i re normanni trovarono gli uomini adatti a ricoprire cariche direspiro cittadino , ma nella veste di regi funzionari, anche spesso più importanti, come quella di“regius notarius”. Notaio e regio funzionario fu Pietro Guarna. Fra i giustizieri Luca Guarna: PerSalerno seguono gli anni della Casa Sveva e al crollo di quella, il dominio degli Angioini. In tuttiquegli anni, il nobile salernitano ha sempre il piede nella proprietà terriera e anche Luca Guarnapossiede vasti beni rurali nella contrada detta Fus. In età Angioina, i salernitani collaborarono anchesul piano militare. Troviamo così Guglielmo Guarna, “Stratigoto" di Salerno per Carlo I D'Angiò.Nel 1292 poi Simone Guarna provvedeva, insieme ad altri, alla difesa della strada litoranea daSalerno ad Eboli. I Guarna sono presenti anche nella chiesa: il beato Giovanni Guarna, domenicano e inquisitore chiamato dal Papa Gregorio IX il maestro dell'oratoria sacra, ebbe la facoltà dipredicare e di confutare le tesi degli eretici, con una Bolla datata Anagni il 22 giugno 1227. Figure eminenti dei Guarna sono Romualdo I e Romualdo II. Romualdo I, arcivescovo di Salerno dal 1121 al 1136, capeggia i Salernitani, quando Ruggero Conte di Sicilia, si presenta davanti al porto, conuna notevole flotta, per reclamare la consegna della città di Salerno. Grazie all'arcivescovo Romualdo I si evita una carneficina, perché Romualdo convince Ruggero a trattare e a tornarsene in Sicilia. Romualdo I, ( 40° vescovo di Salerno ), dona alla cattedrale il pavimento del transetto e del coro a mosaico. Romualdo II, arcivescovo, ricopre un importante ruolo alla corte palermitana. E'medico personale di Guglielmo I, incorona Guglielmo II e partecipa, come suo legato, alle“trattative di Venezia” tra il Papa Alessandro III e l'Imperatore Federico Barbarossa. Romualdo II è medico esperto di sostanze venefiche, uomo di vastissima cultura, oltre che ecclesiastica , medica,letteraria, storica e politica . La sua opera più famosa è il “Chronicon”, considerata una importante fonte per la storia dei Normanni. Romualdo nella sua Chronica, parla, a proposito dell'epocapaleocristiana, anche dei “martiri salernitani” sotto l'imperatore Diocleziano, fra i quali Gaio Ante e Fortunato. Racconta poi la fuga dei Saraceni da Salerno operata proprio in nome di quei Santi. In seguito, portando a compimento l'opera di Romualdo I, Romualdo II realizza il pavimento musivo del “coro del Duomo” e fa eseguire l'ambone sinistro della cattedrale. I mosaici sono i meravigliosi “Cosmati”, mosaici di marmo, detti così dal nome delle maestranze che ivi operarono. Sottol'illustre nome dei Guarna, fiorisce anche quello di una donna, Rebecca, autrice di scritti come il “de febris” , “de urinis”, “de embrione”, chiaramente di stampo scientifico. Anche Rebecca , appartiene dunque alla schiera delle “illustri donne” salernitane che emersero per la loro illuminata dottrinamedica, dando il loro apporto alla grande “Scuola Medica Salernitana” .Salerno, ove si puòosservare ancora il palazzo Guarna, oggi denominato Borrelli, dimora per secoli di questa famiglia, ha ricordato il sue illustre cittadino, dedicandogli una strada “ Via Romualdo Guarna ". Tutto ciòinorgoglisce , non solo tutti i cittadini di Salerno, ma soprattutto, quando nel rango di parentela sipuò trovare proprio quello dei Guarna, da cui per parte materna, ovvero da Luisa Guarna, nasceva anche Vincenzo Perotti, il padre della scrivente, che ne resta certamente ben fiera.di Maria Perotti


 

 

Beato Giovanni Guarna da Salerno DomenicanoNato a Salerno nel 1190, di nobile stirpe normanna, sacerdote e dottore in teologia, ricevette l’Abito dei Predicatori dalle mani di San Domenico che ebbe, nel 1219, anche come guida e maestro. Fu suo gran merito far tesoro di sì preziosi ammaestramenti, tanto che si poteva affermare che in lui era passato lo spirito di Domenico. Il Padre lo mandò insieme a dodici compagni a propagare l’Ordine in Toscana, e sebbene Giovanni fosse il più giovane, fu messo alla testa di tutti, a dimostrazione di quanta stima avesse per lui San Domenico. Il gruppo si fermò a Firenze il 20 novembre 1221 presso Santa Maria Novella, dove Giovanni, vi fondò il convento di Santa Maria Novella. In breve Giovanni fu padrone dei cuori. Il popolo accorreva in gran numero ad ascoltarlo. I peccatori si convertivano, e in tutti ci fu un risveglio e un rifiorire della vita cristiana, tanto che i cittadini vollero fra loro nuovi predicatori. Per incarico di Papa Gregorio IX riformò il monastero benedettino di Sant’Antimo. Verso il 1230 fondò a San Iacopo di Ripoli la prima comunità femminile Domenicana in Toscana. Quando Giovanni ebbe la notizia dell’ultima malattia di San Domenico si affrettò ad accorrere a Bologna, potendo cosi ricevere l’ultima sua benedizione. Ritornato a Firenze, riprese con ardore la sacra predicazione. Combatté strenuamente gli eretici paterini che infestavano la città e, dopo aver attirato all’ordine molte e scelte vocazioni, nel 1242 morì a Firenze. Papa Pio VI il 2 aprile 1783 ha confermato il culto. Dal 1571 le sue reliquie riposano nel sepolcro marmoreo dell'altare maggiore della Chiesa di Santa Maria Novella in Firenze. Si celebra il 9 agosto.


 

Guarna Rebecca Scienziata, medico (XV sec.), membro dell’illustre famiglia salernitana guarna, scrisse dei testi medici sulle febbri, sull’embrione, sulle urine.


Guarna Romualdo Arcivescovo, dottore, scrittore - Una insigne figura del tempo del re normanno Guglielmo II è Romualdo Guarna. La sua importanza non si limita soltanto alla storia di Salerno, ma può essere a ragione inserita nelle vicende della monarchia normanna per il suo intervento in molte vicende del regno e per l’impronta che ad esse diede. Romualdo nacque a Salerno tra il 1110 e il 1120 da nobile famiglia di Longobardi, imparentata, secondo il Blois, con la casa regnante degli Altavilla..
Studiò medicina nella celebre Scuola, e prese gli ordini sacerdotali. Agli studi storici e liturgici unì quelli giuridici. Uomo di grande pietà, fu eletto vescovo della sua città nel 1153, alla morte di Guglielmo da Ravenna, suo predecessore, e resse quella cattedra per 28 anni. Nel frattempo non tralasciò di esercitare la professione di medico. Ugo Falcando lo chiama Virum in phisica probatissimum; Gilles de Corbeil, che lo conobbe a Salerno, lo dice in phisica egregium; nel 1166 la corte normanna lo volle a Palermo al capezzale di Guglielmo I morente; e Pietro di Blois, da lui curato e guarito, scrive: << Ebbe per me attenzioni non minori che se fossi stato suo signore o suo figlio>>.
Fissò le norme liturgiche della Chiesa Salernitana; compilò il nuovo Breviarium, e per devozione alla Vergine, scrisse un Opusculum de Annuntiatione Mariae Virginis; un Semestria seu scrupularii vel cerimoniale pro recitatione horarum et pro peculiaribus functionibus ecclesiae salernitane. Tale semestria fu adoperato come breviario dalla chiesa salernitana fino al 1586 quando l’arcivescovo Marsilio Colonna lo rifece sostituendolo in parte con quello romano.
Romualdo II ritenne opportuno introdurre la lingua greca in alcuni riti della Chiesa Salernitana. L’elemento orientale era senz’altro minoritario nella composizione culturale della città, ma, ad esempio, gli orientali ricordavano da tempo nella loro liturgia il principe e l’arcivescovo di Salerno. Nella lunetta sulla porta di destra dell’atrio del duomo, l’affresco raffigurante San Matteo ebbe a destra la didascalia in latino e a sinistra in greco; l’apostolo era così il patrono celeste degli uni e degli altri ed il gusto, la tradizione e lo stile dell’oriente furono temperati dalla vitalità degli artisti locali.
Completò il duomo nell’architettura e nella decorazione. Fece eseguire il pavimento di mosaico nel presbiterio e nel coro, l’arricchì, sulla sinistra dell’”iconostasi”, di un artistico pulpito che rappresenta, dal punto di vista architettonico, una decisiva innovazione dei modelli bizantini.
Fece costruire nuove chiese: quella di San Gregorio in Salerno, San Cataldo a Campagna, San Pietro ad Eboli e Mater Domini a Nocera.
Aumentò il patrimonio della mensa arcivescovile aggiungendo ai suoi beni il castello di Montecorvino nel 1167.
Ebbe parte attiva nella politica del Regno dimostrandosi operatore di pace ed abile diplomatico, trovandosi coinvolto, forse suo malgrado, forse per suo interesse, in intrighi cortigiani.
Nel 1155 Guglielmo I il Malo si trovava per il periodo della Pasqua a Salerno con Scitinio suo cancelliere. Papa Adriano IV gli fece pervenire, tramite ambasciatori, alcune lettere chiamandolo "signore della Sicilia" e non re. Guglielmo, irritato, mandò via gli ambasciatori ed ordinò al cancelliere di invadere gli Stati della Chiesa. Il Papa fomentò una rivolta nel Regno. Romualdo riuscì, in un primo momento, a mantenere Salerno fedele al re, ma quando l’impresa di Scitinio si rivelò un disastro, non poté impedire che la città insorgesse. La rivolta divampò da Palermo a Salerno e Guglielmo la domò con estrema ferocia. Adriano IV capì che gli conveniva accordarsi col re e così nel 1156 si giunse al trattato di Benevento, in cui Romualdo fu uno dei principali negoziatori.
A seguito della congiura (1160) contro Maione, ministro e consigliere del re, a cui alcuni feudatari salernitani avevano preso parte, Guglielmo I voleva la distruzione di Salerno, come era stato per Bari. Anche in quella occasione il Vescovo della città non mancò di intercedere, sebbene con scarsi risultati. La città fu salvata da un’improvvisa e provvidenziale tempesta di tale violenza che spaventò l’esercito e persino il re che decise di desistere dai suoi intenti[1].
Nel 1161 con i vescovi di Magonza e Siracusa, con Riccardo Palmer Eletto di Siracusa, si adopera per sedare una rivolta contro il re; nel 1162 su incarico dello stesso re si reca in Puglia per sedare i feudatari ribelli ai quali con impeto si rivolge con i più sprezzanti aggettivi.
Romualdo fu sempre in ottimi rapporti col Papa Alessandro III tanto che quando questi venne a Salerno nel 1165, sebbene degnamente ricevuto dalla cittadinanza, preferì dimorare nel palazzo dei Guarna.
Nel 1166 morto Guglielmo I sua moglie Margherita di Navarra assunse la reggenza in nome del piccolo Guglielmo II. Ma la regina cedette alle manovre di Stefano, suo parente venuto dalla Francia, che tenne come suo favorito e nominò Arcivescovo di Palermo e Gran Cancelliere. Ciò suscitò scontenti con conseguenti congiure e sommosse che costrinsero Stefano a fuggire. Margherita dovette, allora, condividere la carica con il Consiglio dei Dieci tra i quali fecero parte Romualdo Guarna, Matteo d’Aiello, altro salernitano, già notaio della corona con Guglielmo I, e Gualtiero d’Offamil, precettore inglese del giovane re. Romualdo sperava di essere nominato arcivescovo di Palermo, al posto di Stefano, (motivo per cui si sarebbe trovato invischiato nella congiura), ma Margherita gli preferì l’Offamil.
Nel 1167 Romualdo incorona Guglielmo II re di Sicilia nella cattedrale di Palermo. Il Consiglio dei Dieci fu sciolto nel 1172, quando Guglielmo raggiunse la maggiore età. Il re tenne presso di sé Matteo d’Aiello e Gualtiero d’Offamil, mentre Romualdo tornò a Salerno.
Ma il vescovo di Salerno non uscì dalla vita politica del regno, anzi visse negli anni successivi i momenti più importanti della sua attività politica
Nel 1177 rappresentò il suo re al congresso di Venezia, convocato dopo la battaglia di Legnano, per stabilire la pace tra Federico Barbarossa e la Lega Lombarda. Romualdo ne fa un’ampia descrizione nel suo Chronicon lasciandoci testimonianza di una pagina di storia in cui fu protagonista non tanto lui quanto lo stesso Mezzogiorno che ebbe nel vescovo salernitano il rappresentante delle libertà comunali anche fuori i confini del regno.
Romualdo, giunto a Venezia con una flotta, subito si accorse che il Congresso stava per fallire già sul nascere perché il Doge Sebastiano Ziani voleva consentire allo sconfitto Barbarossa di entrare nella città senza che questi avesse dato le garanzie di accettazione del trattato di pace. I rappresentanti della Lega, temendo un tranello che sovvertisse i risultati di Legnano, si allontarono da Venezia; lo stesso Pontefice si preparava a lasciare la città, quando Romualdo andò al palazzo ducale per affrontare il Doge prospettandogli gravissime rappresaglie anche a danno dei commercianti veneziani operanti lungo le coste del regno di Sicilia: "Non verbis, sed operibus vindicare curabimus". Assicurò il Papa che la flotta normanna era pronta a difenderlo e diede ordine alle navi di levare le ancore e di tenersi pronti ad ogni evenienza. A seguito di tali minacce il Doge avvertì Federico che non lo avrebbe lasciato entrare in città se prima non avesse accettato le condizioni di pace. Alessandro III fece richiamare i plenipotenziari della Lega Lombarda fermi a Treviso e il congresso ebbe inizio. A riconoscimento dell’opera da lui avuta, il Papa volle che al congresso Romualdo occupasse un posto supra Diaconos Cardinales e concesse a lui ed i suoi successori usum et dignitatem portandae Crucis per civitatem et totom suam parrochiam. Il privilegio della Croce era uno dei più singolari e prestigiosi che un Pontefice potesse concedere ad un vescovo nel Medioevo. L’Imperatore fu accolto dal Papa dinanzi al quale reiecto pallio, ad pedes se extenso corpore inclinavit. Il giorno 1 di agosto si ratificava il trattato e l’Imperatore giurò <<pace alla Chiesa, all’illustre Re di Sicilia e ai Lombardi>>. Volle ricevere Romualdo nel palazzo ducale, invitandolo a parlare seduto, come si conveniva ad un sovrano. Durante gli incontri di Venezia si decise anche del matrimonio tra Enrico, figlio dell’imperatore Federico, e Costanza d’Altavilla, zia del re Guglielmo.
Guarna a Palermo fu accolto con grandi acclamazioni. Il trattato fu trascritto in Palermo ne pacis factae memoriam longevitas temporis aboleret e l’Imperatore fece comunicare dai suoi ambasciatori che dovesse essere spedita una copia anche a Salerno a Romualdo. Purtroppo, durante il viaggio, gli ambasciatori di Federico furono aggrediti a Lagonegro e lo scrigno col documento andò perduto. Circa questo episodio Romualdo racconta che il corteo degli ambasciatori fu aggredito da contadini del luogo che rubarono quanto i diplomatici portavano con sé. Nella colluttazione andò strappata la bolla del re. Gli aggrediti, giunti a Salerno, protestarono con Romualdo, il quale avvertì subito il re. Questi diede ordine che tutti i colpevoli fossero stati immediatamente arrestati e tutti furono crocifissi; uno per ogni paese dei dintorni.
Nel 1179 intervenne al concilio lateranense in cui furono condannati gli Albigesi.
L’opera più importante del Guarna è il Chronicon sive annales in cui si rivela ben informato della storia locale e buon conoscitore della storia generale. Il suo obiettivo era un lavoro di ampio respiro, iniziando il racconto dalla creazione del mondo. E se oggi la parte generale che va fino al 839 d.C. non è di rilevanza storica è però indicazione che l’autore aveva compiuto studi di storia generale e ne scriveva per renderla nota ai contemporanei. Altro indizio che i suoi studi non si fermassero ad un livello comune, ce lo dà il fatto che nei suoi scritti tenne presenti le opere di S.Girolamo, di S. Isidoro e di Paolo Diacono. Nel racconto degli avvenimenti successivi all’839, egli usa la forma annalistica e il lavoro acquista una certa importanza storica.
Si servì di tutto il materiale storico esistente negli archivi di Salerno, di Benevento, di Montecassino. Si avvalse anche degli “Annales Beneventanes” (nella loro seconda o terza edizione), del “Chronicon Cavense”, dell’ Anonymus Barensis e del Chronicon Monasterii Casinensis di Leone Ostiense e di Pietro Diacono. Ma la sua fonte preferita è il Chronicon di Lupo Protospata di cui riprodusse molte parti. E’ importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. Per questo rileviamo la notizia data sull’assedio di Troia, lasciata, invece, nel silenzio, dall’ Arndt forse per non sminuire la gloria dell’imperatore. Dei Normanni del principato di Salerno ci offre notizie e dati che non compaiono altrove. Per esempio solo Romualdo Guarna racconta come nel 1105 la città di Monte S.Angelo con tutto il castello cadde dopo lungo assedio in mano del duca Ruggero, che più tardi si impadronì di Canosa. Da lui apprendiamo la data della morte della duchessa Ala (o Adala) sposa di Ruggero; e del matrimonio del duca Guglielmo con Gaitelgrima, figlia del conte di Airola (d’Alife). E ci narra come lo stesso Duca giurò fedeltà al Papa Gelasio II nel 1118 a Gaeta in cambio dell’ investitura del principato di Salerno. Allo stesso modo notiamo l’autore ben a conoscenza delle vicende storiche di Sicilia dalla conquista del Gran Conte Ruggiero alla fondazione del Regno.
Nella trattazione degli avvenimenti cui prese direttamente parte non è del tutto imparziale, come si può osservare confrontando sia con il lavoro del Falcaldo, sia notando come sorvola del tutto sugli intrighi, in cui pure fu attore, nel periodo della reggenza. Mette forse troppo in rilievo il suo intervento al congresso di Venezia. Lo Chalandon osserva che però quando parla dei suoi nemici osserva una giusta misura, e merita credito nei rapporti che fa di fatti di politica estera, specie quando non si tratti di persone a lui ostili o a lui legate da interessi di partito.
Romualdo Guarna chiuse il suo lavoro con poche notizie del 1178.
Morì l’1 aprile 1182.


 

Guarna Andrea Scrittore - Nacque probabilmente a Cremona in una data imprecisata nella seconda metà del ‘400 . In assenza di documenti archivistici, le poche notizie sul Guarna sono ricavabili soltanto dalle sue opere letterarie: l’opuscolo didattico Bellum grammaticale, stampato a Cremona nel 1511, e il dialogo satirico Simia , impresso a Milano da Gottardo Da Ponte nel 1517.
Bellum grammaticale è una fabula allegorica che, attraverso la rappresentazione di un conflitto per la conquista del regno grammaticale tra il re dei nomi “POETA” e il re dei verbi “AMO”, configura un metodo di apprendimento della lingua latina e della formazione di regole morfologiche e grammaticali, ma anche normativa fondata sulla triade classica di Prisciano, Servio e Donato. A sancire il successo del Bellum nell’Europa moderna fu probabilmente, da un lato, l’estrema semplificazione dell’elegantia umanistica, dall’altro l’impostazione didascalica fondata sull’intreccio fra l’allegorismo medievale e mnemotecnica classica, con la sua organizzazione di res e verba per loci e imagines agentes impressionanti e violente.
Simia la tarda fortuna di quest’opera è legata al suo valore documentario circa taluni aspetti della Roma giuliana e soprattutto al suo personaggio centrale: Donato Bramante. Il dialogo latino si svolge alle porte del paradiso tra un manipolo di morti e San Pietro, che ne vaglia i titoli di merito per concedere l’ingresso: l’espediente letterario permette al Guarna di pronunciare giudizi piuttosto taglienti su corruzione e vizi della curia e della burocrazia romane, sul sistema delle indulgenze e sulla classe cardinalizia. Il Simia si apre su Giulio II ben insediato in paradiso e giustificato nelle sua gesta guerresche, ma lo schema generale dell’opera, i caratteri dei due protagonisti Bramante e Giulio II, la presenza del Genius in entrambi i testi, fanno pensare a qualche rapporto. Inoltre, tra le ultime battute di San Pietro contro Giulio II vi è l’invito ironico a costruirsi, visto che è anche architetto, un paradiso privato e fortificato in modo che nessuno vi entri; nel Simia Bramante pone addirittura come condizione del proprio ingresso in paradiso di poterlo ricostruire più ampio e accessibile a tutti mediante un immensa coclide. Quanto alle fonti del Simia, non vi è dubbio che, come ispirazione generale, esso tragga spunto principalmente dai dialoghi dei morti lucianei, ma attinge in special modo all’Icaromenippo dello stesso Luciano e secondariamente all’Apocolocyntosis senecana.

 


Guarna Nicola Matteo Avvocato, Cavaliere – Nacque a Salerno , primogenito di Andrea e di Cizza Cavaselice, membri di due tra le più illustri famiglie della ricca città campana. È sconosciuta la data di nascita , che può essere collocata tuttavia intorno agli ultimi due decenni del sec. XV , in cui doveva essere già maturo di età. Ebbe posizione eminente nella città natale a giudicare, più che dalle molteplici proprietà immobiliari in essa possedute, dai benefici goduti su importanti enti ecclesiastici. Reggente della Magna Curia della Vicaria dal 1434, egli ottenne infatti, con atto della regina Isabella del 1435 e conferma dello stesso Re Renato del 1438 . Già collaboratore della corona anche in qualità di consigliere, il Guarna operò per il Re Renato prevalentemente come oratore in delicate ambasciate. Nel maggio del 1438, appena giunto il successore angioino a Napoli, fu invitato presso Francesco Sforza allo scopo di perfezionare il contatto personalmente preso qualche mese innanzi dal re a Porto Pisano con il condottiero, e indurre quest’ultimo a portar guerra al pretendente aragonese, Alfonso V; una missione che procurò l’appoggio formale dello Sforza , al quale furono offerti la conferma di tutti i beni posseduti nel Regno e l’ufficio di gran connestabile, ma che valse solo una breve, benché efficace, puntata del condottiero in Abruzzo. Negli anni che seguirono, di dura e logorante guerra tra il re Renato e Alfonso V, crebbe la fiducia nel Guarna come procuratore della corona ; nel 1439 egli fu solennemente nominato dall’Angiò suo oratore presso le repubbliche di Firenze e Venezia, con ampi poteri. Lo ritroviamo nel novembre del 1441 a Cremona, nuovamente presso lo Sforza. La caduta di Napoli, il 2 giugno 1442, inibì l’ambizioso progetto: nella necessità di rassodare immediatamente la conquista e impedire che l’azione congiunta di sforzeschi e caldoreschi riaprisse la partita, Alfonso si lanciò subito con il grosso dell’esercito vittorioso verso le estreme province settentrionali del regno. Lo scontro non poté essere evitato. A Sessano del Molise. Il 29 giugno, le schiere filoangioline furono travolte dalle armi degli aragonesi; il Guarna cadde prigioniero insieme col Caldora e con la maggior parte dei soldati di questo, mentre Giovanni Sforza riusciva a evitare la disfatta riparando verso nord. Il destino del Guarna non doveva compiersi tuttavia al servizio del nuovo re di Napoli. I vari contatti presi in precedenza con lo sforza come agente di Renato, avevano legato la sorte del Guarna a quella del futuro duca di Milano. Già nel 1443 egli presenziava alla stipula di un atto che interessava lo Sforza; nel 1446 era suo agente ufficiale a Milano. In effetti il più delicato e ricco di pericoli e speranze per lo Sforza vide il Guarna collocato in un posto di grande rilievo strategico per la gestione dei difficili rapporti del condottiero con i potenti italiani. Il Guarna funse da occhi e orecchi del conte a Milano. Il 5 maggio 1447, rispondendo allo Sforza che gli chiedeva di sollecitare Filippo Maria a inviargli i 46.000 ducati promessigli, utili per la sua campagna contro Venezia. Il Guarna metteva in guardia lo Sforza, avvertendolo di diffidare della recente riconciliazione con il suo suocero, perché i suoi nemici a Milano operavano presso questo per screditarlo. La fitta corrispondenza del Guarna costituì per lo Sforza il principale canale informativo per la valutazione delle condizioni interne del Ducato nella fase complessa e delicata che precedette e segui la morte del duca: essa mostra tutte le doti diplomatiche del Guarna, abile a orientarsi nella trama intricata di accadimenti che segnarono quei giorni convulsi e fatali e a darne immediata notizia al conte. L’ultima azione documentata compiuta dal Guarna fu un ambasciata per lo Sforza nel 1448 a Ferrara e a Cremona, città quest’ultima da lui eretta a residenza; poi le sue tracce si perdono. Mori tra il 1453 e il 1454, data dell’atto con il quale il figlio Giovanni succedeva nella proprietà dei beni del padre nel regno.


 

Guarna Giacomaccio Condottiero – Nacque presumibilmente nel primo quarto del secolo XV, secondogenito di Nicola Matteo; della madre conosciamo solo il nome, Angela. Dovette beneficiare delle salde relazioni strette con il padre con i principi e capitani di ventura del tempo dei primi incarichi da quelli ricoperti in qualità di oratore e fiduciario di Renato I D’angiò re di Napoli, poiché risulta affermato condottiero ancor giovane, nei primi anni Quaranta del secolo. La sua fama è legata tuttavia al servizio svolto al soldo di Francesco Sforza , nel cui esercitò militò ininterrottamente per quasi un decennio. La prima condotta con lo Sforza fu stipulata dal Guarna il 27 giugno del 1444, con decorrenza dal 1 agosto per un anno al servizio operativo e uno al comando di 100 lance (300 cavalieri). Posto a presidio di Cremona, concessa da Filippo Maria Visconti in dote alla figlia Bianca Maria, moglie dello Sforza, in quell’anno il Guarna vanificò prima il tentativo del Visconti di rimpossessarsi della città, forzando con violenti incursioni l’assedio postevi dal condottiero Francesco Piccinino; si oppose poi al subdola manovra attuata da Gherardo Dandolo, provveditore in campo inviato a Cremona dalla Repubblica di Venezia a sostegno dello Sforza, di portare la città alla fedeltà veneziana con la complicità di alcuni cittadini e l’appoggio militare di Micheletto Attendolo, condottiero al servizio di Venezia, che allora dilagava con le sue schiere nello stato milanese. Nella guerra tra la Repubblica Ambrosiana e Venezia, che seguì alla morte del duca Filippo, il Guarna, nella primavera del ’48, sventò un nuovo tentativo dei veneziani di occupare Cremona, sbaragliando coraggiosamente le truppe nemiche sbarcate sul ponte della città, e ricacciando la flotta fluviale veneta. Quello stesso anno fu impegnato in una frenetica attività bellica nel Cremonese, nel Bergamasco e nel Bresciano, dove indusse molte popolazioni a darsi a Francesco Sforza. Posto a capo del presidio di Piacenza, guerreggiò poi nel Parmense, agli ordini di Alessandro Sforza, per il quale condusse fortunate azioni, culminate in uno scontro vittorioso con il condottiero Iacopo Piccinino. Il servizio operoso valse al Guarna una posizione eminente a Cremona, città che, come si è visto, egli aveva più volte difeso e nelle cui elites si inserì, a seguito della donazione ottenuta dallo Sforza della casa e dei beni già appartenuti al nobile Cabrino Fondulo; un posizione, questa, perfezionata dalla concessione, il 4 luglio 1450, di importanti feudi posti nel contado piacentino, appartenuti ai conti Scotti di Piacenza. Il Guarna mori nel novembre 1452, mentre era impegnato contro i veneziani sul fronte occidentale milanese.


 

Guarna Giovanni CondottieroNacque presumibilmente nel primo quarto del secolo XV, terzogenito di Nicola Matteo. Avviato alla carriera militare insieme col fratello maggiore Giacomaccio, che fu condottiero di fama, servì come soldato e familiare di Roberto Sanseverino conte di Marsico e Sanseverino, uno dei maggiori feudatari di Principato di Citra, che diverrà, nel 1436, principe di Salerno. Da questo nel 1454 ricevette conferma del feudo di una “sturla” sita nei casali di Sanseverino, donata a suo padre da Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, zio del suddetto Roberto. Allo scoppio della guerra di successione che seguì alla morte di Alfonso V d’Aragona, il Guarna tenne per la parte angioina , e corse a militare tra le schiere dei ribelli. Nel 1460 ricevette dal primogenito e luogotenente di Renato d’Angiò, Giovanni duca di Lorena tutti i beni immobili, stabili e feudali appartenenti al cavaliere salernitano Troiano di Santomango, signore di San vetriano e di molte altre terre site in principato Citra. Nel luglio del 1461 il Guarna si trova ancora al seguito del principe angioino: se ne allontanò in novembre, assai deluso del trattamento ricevuto, e voglioso di riacquistare la fiducia dell’Aragonese. Tornato a Salerno in dicembre, ne fu allontanato quasi subito a seguito di una sanguinosa disputa scoppiata con i membri della sua stessa fazione. Nel ’62 era di nuovo a Salerno, durante l’estrema resistenza di questa alle armi aragonesi, guidate dal conte di Sanseverino, che vi pose l’assedio dal giugno al settembre di quell’anno, che riuscì ad ottenerla a patti. Il Guarna riappare nel 1466 a Milano, presente al battesimo della figlia di Sforza Secondo Sforza, detto sforzino, figlio illegittimo del duca Francesco. Lo spirito intraprendente del Guarna, tuttavia, che aveva già determinato il suo allontanamento dal Regno, lo portò a lasciare rapidamente anche il Ducato di Milano. Il periodo di residenza lombardo lo vide infatti implicato nel movimento di dissenso che coinvolse molti condottieri veterani all’indomani della morte di Francesco Sforza (8 marzo 1466). Fu lui infatti l’ispiratore della fuga dal Ducato di Sforza Secondo – entrato in conflitto con il fratellastro, e duca, Galeazzo Maria – avvenuta dopo quelle di due altri importanti condottieri. Donato de’ Borri da Milano e Troilo di Muro da Rossano, nel gennaio del ’67. Insieme con Alessandro, il Guarna e Sforza Secondo, nella cui compagnia il primo militava, presero soldo dunque con Venezia, unendosi all’enorme esercito che il Colleoni in primavera mosse verso l’Italia centrale. Il duro scontro avvenuto il 23 luglio alla Riccardina presso Bologna tra il Colleoni e le forze della Lega, guidata da Federico da Montefeltro, che, pur non decisivo, pose tuttavia fine alle mire espansionistiche di Venezia e ai sogni di gloria del condottiero bergamasco, inibì qanche i progetti del Guarna. Ferito nella battaglia, il Guarna, coerente con le proprie scelte, non tornò però a Milano con Sforza Secondo, riconciliandosi già in settembre con il duca Galeazzo Maria, ma restò al soldo di Venezia. A questo punto perdiamo le sue tracce, giusta anche, presumibilmente, la relativa pace che regnò in Italia nel decennio 1468-78. Egli dovette far parte tuttavia del contingente stanziato dalla Serenissima alle frontiere orientali del dominio di Terraferma contro le minacce provenienti dai territori imperiali e soprattutto dai Turchi, che tra gli anni Sessanta e Settanta, avendo conquistato Albania e Bosnia, si erano avvicinati ai domini veneti. Lo ritroviamo infatti l’ultima volta nel ’77 tra i condottieri accorsi a contenere il dilagare delle milizie del Sangiaccato di Bosnia, entrare in Friuli dopo aver abbattuto la resistenza delle squadre di Girolamo Novello di Verona. Il Guarna morì a Venezia in data imprecisata, e fu sepolto nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. L’anno della sua morte non deve essere distante comunque da quello della sua ultima apparizione in qualità di condottiero.


 

Fonti e Bibliografia : Oasi Magazine numero 2 settembre/ottobre 1999. Archivio di stato Di Firenze, diplomatico, Santa Maria Novella. Archivio di stato di Siena, diplomatico, riformagioni. Firenze, Archivio del convento di Santa Maria Novella. A Campo, Dell’historia di Cremona 1585, pp. I-II V, 87 s, 97; L. Cavielli Annales, Cremonae 1588. I. Sadoleto, Epistolae, I, Roma 1760. F Arisi Cremona literata, II Parma !760. Antonio Braca; Guida alla cattedrale di San Matteo e alle sue opere d’arte; EdizioniGutenberg. A. Carucci; I mosaici salernitani nella storia e nell’arte; C. Carucci; La Provincia di Salerno, dai tempi più remoti al tramonto della fortuna normanna; Biblosteca. Italo Gallo, Luigi Troisi; Salerno, profilo storico cronologico; Palladio. Prefazione di C.A.Garufi al Chronicon di Romualdo Guarna in Raccolta degli storici italiani dal cinquecento al millecinquecento. Casa editrice S.Lapi. Archivio di stato di Salerno. Napoli, Biblioteca nazionale: Memorie storiche dell’antichissima nobiltà salernitana raccolte da vari manoscritti e stampe, a cura di Luigi Staibano. Archivio di stato di Napoli, Tesoreria generale antica.

 

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